Molto, anche se non abbastanza, è stato detto e scritto sugli attacchi contro i giornalisti palestinesi a Gaza durante l’attuale guerra (attuale perché non è ancora finita): oltre 200 giornalisti uccisi, almeno 20 di loro mentre indossavano giubbotti con la scritta PRESS o all’interno di automobili contrassegnate con la scritta PRESS, strutture mediatiche colpite direttamente, comprese telecamere installate su edifici alti che trasmettevano l’unico collegamento in diretta da Gaza. Questo è estremamente inquietante e dovrebbe essere indagato a fondo come potenziali crimini di guerra. Ma purtroppo gli attacchi contro i giornalisti non sono così rari, anche se Israele, negli ultimi 22 mesi, ha certamente ucciso di gran lunga più giornalisti di qualsiasi altro Stato nelle ultime decadi, almeno nel cosiddetto mondo occidentale. Ciò che rende unico il caso della guerra a Gaza, dal punto di vista dei media, è che si tratta dell’unica guerra recente in cui i media stranieri sono stati totalmente esclusi dalla possibilità di coprire il conflitto. Dal 7 ottobre fino a oggi, Israele ha impedito ai giornalisti stranieri di entrare nella Striscia di Gaza, e poiché Gaza è sotto totale blocco israeliano e nessuno può entrare o uscire senza l’approvazione di Israele, questo ha significato che i media internazionali non hanno avuto accesso diretto a Gaza. I diversi ricorsi all’Alta Corte non sono riusciti a cambiare la situazione, poiché Israele ha sostenuto di non poter garantire la sicurezza: una rivendicazione cinica, dato che Israele stesso, come abbiamo dimostrato, è stato responsabile della morte di così tanti giornalisti a Gaza, come si è visto di recente con l’assassinio del giornalista di Al Jazeera Anas a-Sharif e di cinque suoi colleghi.
Nella guerra in Ucraina, ad esempio, i media internazionali avevano accesso, seppur limitato, a entrambi i fronti. Non così a Gaza. E non perché i palestinesi non lo permettessero: loro volevano che il mondo vedesse. Israele non voleva che il mondo vedesse.
Il risultato è stato che in una delle guerre più sanguinose del XXI secolo, e forse la più impattante, che ha fatto tremare il mondo intero ed è diventata una questione politica centrale non solo in Israele/Palestina e in Medio Oriente ma anche in Occidente, dagli Stati Uniti alla Francia, dal Regno Unito alla Germania, la stampa internazionale – dalle grandi catene mediatiche fino alle piccole testate locali in Malesia o in Belgio – è stata esclusa dal coprire la guerra con i propri inviati.
In altre parole, un lettore o spettatore americano o belga, abituato a fare affidamento sui reporter che conosce, ha dovuto contare su testimoni oculari palestinesi, giornalisti e non, e non su occhi occidentali. Israele era certamente consapevole del “deficit di fiducia” dei consumatori di notizie occidentali nei confronti dei testimoni palestinesi, ed è impossibile che questo non sia stato uno dei motivi dietro al divieto imposto ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza.
Il massimo che i giornalisti stranieri, o anche quelli israeliani, potevano fare per vedere la situazione sul terreno era unirsi come embedded all’esercito israeliano, circondati da soldati israeliani e parlando solo con loro, alle condizioni stabilite dal portavoce dell’IDF, senza alcuna possibilità di parlare con palestinesi. I giornalisti stranieri erano basati principalmente in Israele, quindi la guerra, giornalisticamente parlando, è stata raccontata attraverso lenti israeliane.
I veri eroi di questa guerra, dal punto di vista dei media, sono stati i giornalisti palestinesi: sono stati loro a rischiare la vita ogni giorno e ogni ora, ad andare con le telecamere nelle zone bombardate, a dormire con pochissimo riposo e in condizioni insicure, semplicemente perché volevano che il mondo sapesse. Quel poco che sappiamo di questa guerra – e ancora molti aspetti mancano – lo dobbiamo a questi giornalisti, alcuni ben formati, altri abituati a lavorare come fixer locali per i media stranieri. Gli dobbiamo molto. Ciò non significa che tutte le informazioni provenienti da Gaza fossero affidabili al cento per cento.
Ci sono buoni giornalisti e giornalisti meno bravi, hanno avuto reali difficoltà a spostarsi e a vedere l’intero quadro, e le loro prospettive – come è umano – hanno influenzato i loro reportage. Hamas, naturalmente, è ben lontano dall’essere un campione della libertà di stampa. Ma, in ogni caso, l’informazione sulla guerra proveniva o dai palestinesi sul campo a Gaza, che riferivano in condizioni di altissimo rischio per la propria vita, come mostrano i numeri già citati, oppure da giornalisti che riportavano dall’esterno, fosse da Israele – dove la maggior parte dei giornalisti occidentali era basata – o da altri paesi.
Dunque, nel raccontare la guerra a Gaza, ci siamo trovati di fronte a due fattori opposti che hanno reso questa copertura estremamente difficile: da un lato, tutta la copertura diretta proveniva dai giornalisti palestinesi, ma la loro capacità di muoversi era molto limitata o inesistente ed era difficilissimo verificare i loro racconti a causa delle condizioni belliche e della mancanza di una copertura indipendente sul terreno; dall’altro lato, il flusso di informazioni provenienti da Israele era enorme e relativamente libero, ma altamente manipolato dall’esercito e dal governo israeliano, che erano le principali fonti di informazione.
Va aggiunto che i giornalisti israeliani sono soggetti alla censura militare, e sebbene i giornalisti stranieri non lo siano, il loro accesso a fonti dissidenti israeliane era naturalmente limitato.